mercoledì 21 dicembre 2011

Luoghi e ritorni


Mi sono spesso chiesta, da lettrice, quanto di un autore ci sia nella sua opera. Scrivere Amailija mi ha aiutata a dare una risposta. Se l’opera è autentica, se è sentita davvero, non può che essere intimamente connessa con il suo creatore, pervasa del suo mondo, del suo modo di vedere e, perché no, riflesso seppur camuffato e a volte tanto sublimato e decantato della sua vita personale, della sua storia, da essere difficilmente riconoscibile. 

Scrivere è una faccenda del cuore, di sentire, di stati d’animo. Oltre naturalmente a tecnica, mestiere… come lo chiamano gli addetti ai lavori. Ma non credo sia questo a farci innamorare di una storia. Comunque non sarebbe sufficiente, perché ci lascerebbe immancabilmente una sensazione di insoddisfazione, di vuoto. 

Ho cominciato a scrivere Amailija nel momento forse peggiore della mia vita. Una persona importante mi stava lasciando. Una persona che soltanto un passaggio definitivo e irrimediabile come la morte mi ha aiutato a capire e ad apprezzare fino in fondo. E credo che dovrò fare i conti per parecchio tempo con la mia superficialità e i sensi di colpa. C’è molto di tutto questo in Amailija. C’è molto della sofferenza fisica, dell’angoscia di quei giorni.

La catenina di Alice si stringe, la soffoca. La maledizione dell’indovina, Tala, si può sentire nel boato del terremoto che sconvolge la città, toccare insieme alla ferita tracciata nella carne dall’Artiglio di gallo, vedere nell’invasione delle cavallette che offusca il sole di una mattina d’estate. È un male che paradossalmente si fa concreto, reale, nonostante abbia una natura magica e impalpabile come le parole che condannano Margareth, il corrispettivo “storico” della protagonista, Alice.

Ma ci sono anche le emozioni che aiutano a superare tutto. L’amicizia, l’amore, la speranza. La mia città. Merano è lo sfondo di tutto ciò che accade nel libro. La Merano medievale, i castelli della mia regione, la Merano di oggi. Ho un pessimo senso dell’orientamento. Probabilmente riuscirei a perdermi anche a un passo da casa. Scrivere di luoghi che conosco diciamo che mi ha aiutata a non perdermi…in ogni senso. Anche giocando a stravolgerli, facendo capitare oggi cose accadute qualche secolo fa.
Il passato è un bel luogo dal quale prendere ispirazione. E nel quale rifugiarci.

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