domenica 1 aprile 2012

Incipit...


Qual è la parte di un libro più impegnativa e difficile da scrivere??

L’incipit.

Quello di Amailija è stato scritto alla fine, quando la storia era ormai conclusa e mi sono sentita davvero pronta, in un raptus scribendi assolutamente infervorato. …scrivere con “troppa” passione, senza il controllo della penna, secondo me (nel mio caso, almeno) non è un bene. Però, questa volta, ha dato il tono giusto per introdurre Margareth, la contessa maledetta causa (o concausa) di tutte le sciagure che attraverserà la povera Alice.

Quello di Dreamland Forest, invece, è stato scritto subito, come prima pagina. E, infatti, poi l’ho lasciato lì un mese…prima di iniziare il capitolo.

Nonostante le storie che raccontano i due libri siano molto differenti, sia per quanto riguarda il piano cronologico, sia per ambientazione, ritmo, voci narranti etc, gli incipit hanno qualcosa in comune. Lo stile è quello epico della leggenda, da cui entrambi i romanzi succhiano la loro linfa. La narrazione si distende poi nel corso delle pagine, ma questi volevo fossero così, proprio perché in dialogo e in lieve contrasto con i personaggi che poi muovono il motore, e tessono le fila del racconto, e il loro modo più secco di parlare.

Dreamland Forest si apre così




“Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra

e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male.

E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo”.

Genesi, 6, 5-6


Una leggenda antica narra di un monte scaldato dal sole, nella regione che i Romani avevano chiamato Raetia, al confine tra l’Impero e le terre dei guerrieri barbari.

Il suo suolo è polvere e roccia, la vegetazione rada. Ma un tempo, dicono i contadini che ancora vivono sulle sue aspre pendici, era coperto da boschi di querce alte fino al cielo e dai tronchi larghi come le braccia di sei uomini. Boschi sacri che nascondevano segreti sussurrati dal vento. Nessuno sa dire cosa sia accaduto a quegli alberi antichi. Secondo alcuni il loro legno si trova ora sepolto nel mare su cui sorge la città di Venezia, portato in tempi lontani per costruire le umide fondamenta della città eretta sulle acque. Ma la verità si nasconde tra le pieghe di un passato dimenticato, in cui gli uomini alzavano le loro spade al cielo, fratello contro fratello, divisi dall’orgoglio, dal potere, dalla fede. Erano tempi in cui un grande re sognava la pace e un impero unito sotto il legno della croce. Ma molto sangue avrebbe bagnato la terra ancora, prima di saziarla.

Protetto tra i boschi sacri di quel monte, un piccolo popolo si nascondeva agli occhi del mondo. Non venerava il Dio morto e risorto per salvare gli uomini dal loro peccato, ma le acque che scorrevano impetuose nei fiumi che li dissetavano, la Madre Terra che portava e toglieva la vita, il Cielo capriccioso che oscurava il sole e si scioglieva in pioggia. Un popolo silenzioso che scivolava nel mondo come ombra. E che celava un segreto più potente di qualunque magia, in grado di scatenare guerre, piegare eserciti, gettare in ginocchio re vittoriosi e senza paura.

Ma poteri oscuri si risvegliavano dalle tenebre. Forze generate dall’odio, che chiedevano odio e pretendevano il segreto custodito dalle sacre querce.

Questa è la storia di quel monte, del popolo che vi abitava in ere lontane, degli uomini che lottarono per difendere il suo segreto e delle forze maligne che cercarono di distruggerlo. Questa è la storia di Monte Sole.


Monte Sole esiste davvero (nella bassa Val Venosta) e la leggenda è quella conosciuta tanto dagli Altoatesini quanto dai Veneziani.

L’asse cronologico si orienta interamente all’Alto Medioevo, quando l’antica Raetia romana era spartita tra Baiuvari, Longobardi e Franchi. Prima che questi ultimi avessero appunto la meglio e allargassero ad essa i confini di quell’impero “sacro e romano”, nato dal sogno di Carlo Magno.

Un impero in cui ancora sopravvivevano, nonostante gli sforzi e l’impegno dell’imperatore volti alla cristianizzazione, sacche di credenze pagane, spesso protette da foreste in cui difficilmente i conquistatori si addentravano.

La zona buia e ambigua, insomma, in cui prolificano le leggende e nascono creature che si nutrono di incubi e di sogni.


Il trailer

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