venerdì 27 aprile 2012

Presentazione di Dreamland Forest: giovedì, 3 maggio





Fervono i preparativi e fremo anch'io!
Ieri sera la squadra si è incontrata al gran completo al campo base. Nonostante i padroni di casa abbiano fatto di tutto per distrarci (vedi sublime tiramisù sbafato in dieci secondi dalla truppa), ci abbiamo dato dentro!









La dream-serata ha una scaletta e un'organizzazione dettagliata.
Abbiamo tre lettori favolosi (Isabella, Sonia e Olli) che daranno corpo e corde alle tre voci del romanzo, abbiamo un fotografo (Roby-l’uomo che viene dal futuro), una super p.r. che manterrà i contatti con il conte (quello del castello) magari distraendolo se la serata si animerà troppo e, appunto, le meravigliose sale di Castel Kallmuenz tutte per noi.

Oltre a questo, una vera chicca: Roberta dei Sin Deadly Sin con l’accompagnamento di Mattia Mariotti alla chitarra! Se siete curiosi, date un’occhiata qui e, già che ci siete, buttate anche un orecchio. Ne vale la pena.
Roberta ci è sembrata da subito la persona ideale per accompagnare le avventure di Dreamland Forest.  Una voce emozionante, il gusto gotico e dark quel tanto che serve, e capace di creare un’amalgama esplosiva se unito a una dolcezza  che disarma. Come tutti i caratteri complessi e sfaccettati, anche i Sean hanno un’anima ambigua che non rinuncerà alle sue venature rock neppure giovedì, quando Roberta e Mattia si metteranno alla prova con la versione acustica del loro metal tostissimo.

Non possiamo garantire sui fantasmi, ma per tutto il resto…
Vi aspettiamo giovedì, 3 maggio, alle ore 20. Al Castel Kallmuenz di Merano

domenica 22 aprile 2012

"L'arte di correre"




Amo la corsa. L’ho sempre trovata, tra tutte le discipline sportive che ti costringono a scegliere a scuola per non apparire un bambino troppo asociale o sfigato - e poi nella vita - qualcosa che mi sta bene e mi appartiene.
Non è uno sport di squadra. Il che ti permette di essere l’unico artefice delle tue vittorie e l’unico responsabile delle tue sconfitte (devo dire che la seconda opzione è quella che ho sempre considerato predominante. Il mio fisico gracilino non è esattamente una macchina da sport…)
Occorre poco, e quel poco ti dà in cambio una libertà immensa. Un paio di scarpe da ginnastica, una strada qualsiasi. Decisamente economico.
Seguo il mio ritmo (non riuscirei mai a correre in gruppo) e, soprattutto, ascolto la musica che mi piace senza preoccuparmi del volume e il pensiero scorre senza costrizioni.
Non ho mete precise. Il limite è dato dal mio fiato e dalle emozioni e dai sentimenti che muovono il passo. Posso essere euforica, arrabbiata, nervosa. Fino a quando il tutto si aggroviglia nel respiro che manca, nella voglia di non cedere all’impulso di fermarsi, e vaporizza in una spossatezza catartica che mi permette di fare pace con me stessa. O, semplicemente, sono troppo stanca –e orgogliosa della strada che ho fatto- per pensare a tutto il resto.

Quando corro, semplicemente corro.”


La libertà non è forse questo, fare qualcosa, qualsiasi cosa, a prescindere dall’utilità che se ne possa ricavare, senza secondi fini, senza implicazioni? Qualcosa che ti appartiene, che ti costringe a stare con te stesso e a riconoscerti senza condizionamenti, senza specchi?
Per questo non mi sono mai piaciute le gare di corsa. Più che non piacermi davvero, le ho sempre trovate in contraddizione con la mia idea di corsa e con la boccata di libertà che rappresenta.

Scrivere è così. Poi, diciamo la verità, sono diventata più pigra…e stare al computer è fisicamente meno impegnativo!
Il primo racconto l’ho scritto piccolina. Ero alle elementari. Non so di preciso a quale età. Avevo ricevuto l’Olivetti del nonno ed ero letteralmente affascinata dai suoi tasti che zompettavano sulla carta, dal suono metallico del rullo che si inceppava. Mica volevo davvero fare la scrittrice! Un piacere fine a se stesso (un po’come il suono delle ballerine di vernice sul giroscale, delle quali ringrazierò sempre mia nonna. Io le adoravo, mia mamma le trovava orrende. Le ballerine sono scomparse… devono aver avuto la suola ancora perfetta, dal momento che le potevo usare appunto solo nel giroscale). E vogliamo parlare della soddisfazione di aver creato un piccolo universo di personaggi fantastici miei (credo fossero un gatto e altri due animaletti)? Poi sono arrivate le storie “più serie”. E l’eccitazione è aumentata con la complessità degli arrovellamenti mentali. L’idea che arriva all’improvviso. E senti che è quella giusta (almeno per te…ma tu nei sei ciecamente, visceralmente convinto! Anche se gli amici ti guardano perplessi o senza troppo entusiasmo quando tu ti aspetteresti commenti concitati e occhi sgranati), che ti riempie della voglia di continuare, di vedere come andrà avanti. Quando ti accorgi che tutti i pezzi combaciano e creano qualcosa di nuovo, che prende forma e vita.
Questa è la parte più divertente.

È la parte della corsa, la libertà che ti solletica la gola.

Scrivere un libro è un po' come correre una maratona, la motivazione in sostanza è della stessa natura: uno stimolo interiore silenzioso e preciso, che non cerca conferma in un giudizio esterno.”


Poi, però, le cose a volte cambiano. Nel momento in cui la tua storia esce dal fatidico cassetto e viene pubblicata, allora, allora non è più soltanto la tua corsa. Non sei più solo con te stesso, nella quieta dimensione del tuo pensiero. Sei sulla linea di partenza con il guardalinee che segna il via. Arriveranno i numeri, i primi, i secondi (forse), arriveranno i giudizi, gli articoli…le recensioni!!


Sono dello scorpione. Ascendente scorpione (segno doppio, piuttosto rompiscatole e paranoico). Con le critiche non ho un buon rapporto. Nemmeno con quelle costruttive.
Però sto imparando. Sto imparando, ad esempio, che ci saranno tante versioni dello stesso libro quanti saranno i suoi lettori. Che la stessa idea può fare impazzire, come gridare al genio o allo scandalo, o lasciare indifferenti.
Che se dovessi cambiare le mie storie assecondando le richieste di ciascuno, forse rimarrebbe il titolo (oppure nemmeno).
Sto imparando che quello che conta davvero, se ci credi e se vuoi fare un buon lavoro, è solo questo:
quando corro, semplicemente corro.

Con l’umiltà di discernere e di imparare.

In tutto questo devo ringraziare un blog, che ha avuto la curiosità e la pazienza di leggere i miei libri. La Stamberga dei lettori.
Due recensioni che potete trovare qui.
È stato molto emozionante avere un riflesso “diacronico” della mia scrittura. Cambia, come naturalmente sto cambiando io e come le esperienze mi stanno portando a essere.
I consigli servono!

Anche le critiche, ma (appello ai posteri) non abbondate, mi raccomando ;) Grazie, grazie di cuore.

E, naturalmente, devo ricordare la mia sorellina zen, che mi ha fatto scoprire Murakami (vedi citazioni, “L’arte di correre”). Anche se sospetto che lei sia molto più saggia di tutti i libri orientali che si mangia…e di tutte le filosofie con cui mi gonfia la testa…





domenica 15 aprile 2012

Cos'è...cos'è...



1) Io li perdo sempre.

2) In assenza, uso penne e forcine.

3) Sono un ottimo metodo per salvare un libro dal pericolo insidioso di“orecchie” e origami più creativi.

4) E non ce n’è mai abbastanza.




TATATATAAAAA,

il segnalibro double-face di Dreamland Forest/Amailija lo potete trovare QUI!


Grafica byGio che, detto tra noi, insieme alla meravigliosa Miss Claire, creatrice di questo blog, fa miracoli.

sabato 7 aprile 2012

Auguri e booktrailer

In questi giorni sbucano ovunque conigli, fiori, uova colorate e…anche un nuovissimo booktrailer per Dreamland Forest!

Eccolo. Per una risoluzione migliore, clicca QUI

Per augurarvi una serena Pasqua (forse un po’bagnata, ma sarà l’occasione per fermarsi…e lo so, lo so che ne abbiamo tutti bisogno…) avevo pensato a frasi ad effetto, citazioni, foto di Clippy e Flo infiocchettate. Ma poi ho avuto un'illuminazione: le cose basta che vengano dal cuore.

Auguri, a tutti i lettori di questo piccolo blog, a chi si è fatto o si lascerà incuriosire dalle storie qui raccontate, alle mie sorelline di Diario. A quelli che, semplicemente, ancora mi sopportano. Buona Pasqua.

domenica 1 aprile 2012

Incipit...


Qual è la parte di un libro più impegnativa e difficile da scrivere??

L’incipit.

Quello di Amailija è stato scritto alla fine, quando la storia era ormai conclusa e mi sono sentita davvero pronta, in un raptus scribendi assolutamente infervorato. …scrivere con “troppa” passione, senza il controllo della penna, secondo me (nel mio caso, almeno) non è un bene. Però, questa volta, ha dato il tono giusto per introdurre Margareth, la contessa maledetta causa (o concausa) di tutte le sciagure che attraverserà la povera Alice.

Quello di Dreamland Forest, invece, è stato scritto subito, come prima pagina. E, infatti, poi l’ho lasciato lì un mese…prima di iniziare il capitolo.

Nonostante le storie che raccontano i due libri siano molto differenti, sia per quanto riguarda il piano cronologico, sia per ambientazione, ritmo, voci narranti etc, gli incipit hanno qualcosa in comune. Lo stile è quello epico della leggenda, da cui entrambi i romanzi succhiano la loro linfa. La narrazione si distende poi nel corso delle pagine, ma questi volevo fossero così, proprio perché in dialogo e in lieve contrasto con i personaggi che poi muovono il motore, e tessono le fila del racconto, e il loro modo più secco di parlare.

Dreamland Forest si apre così




“Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra

e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male.

E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo”.

Genesi, 6, 5-6


Una leggenda antica narra di un monte scaldato dal sole, nella regione che i Romani avevano chiamato Raetia, al confine tra l’Impero e le terre dei guerrieri barbari.

Il suo suolo è polvere e roccia, la vegetazione rada. Ma un tempo, dicono i contadini che ancora vivono sulle sue aspre pendici, era coperto da boschi di querce alte fino al cielo e dai tronchi larghi come le braccia di sei uomini. Boschi sacri che nascondevano segreti sussurrati dal vento. Nessuno sa dire cosa sia accaduto a quegli alberi antichi. Secondo alcuni il loro legno si trova ora sepolto nel mare su cui sorge la città di Venezia, portato in tempi lontani per costruire le umide fondamenta della città eretta sulle acque. Ma la verità si nasconde tra le pieghe di un passato dimenticato, in cui gli uomini alzavano le loro spade al cielo, fratello contro fratello, divisi dall’orgoglio, dal potere, dalla fede. Erano tempi in cui un grande re sognava la pace e un impero unito sotto il legno della croce. Ma molto sangue avrebbe bagnato la terra ancora, prima di saziarla.

Protetto tra i boschi sacri di quel monte, un piccolo popolo si nascondeva agli occhi del mondo. Non venerava il Dio morto e risorto per salvare gli uomini dal loro peccato, ma le acque che scorrevano impetuose nei fiumi che li dissetavano, la Madre Terra che portava e toglieva la vita, il Cielo capriccioso che oscurava il sole e si scioglieva in pioggia. Un popolo silenzioso che scivolava nel mondo come ombra. E che celava un segreto più potente di qualunque magia, in grado di scatenare guerre, piegare eserciti, gettare in ginocchio re vittoriosi e senza paura.

Ma poteri oscuri si risvegliavano dalle tenebre. Forze generate dall’odio, che chiedevano odio e pretendevano il segreto custodito dalle sacre querce.

Questa è la storia di quel monte, del popolo che vi abitava in ere lontane, degli uomini che lottarono per difendere il suo segreto e delle forze maligne che cercarono di distruggerlo. Questa è la storia di Monte Sole.


Monte Sole esiste davvero (nella bassa Val Venosta) e la leggenda è quella conosciuta tanto dagli Altoatesini quanto dai Veneziani.

L’asse cronologico si orienta interamente all’Alto Medioevo, quando l’antica Raetia romana era spartita tra Baiuvari, Longobardi e Franchi. Prima che questi ultimi avessero appunto la meglio e allargassero ad essa i confini di quell’impero “sacro e romano”, nato dal sogno di Carlo Magno.

Un impero in cui ancora sopravvivevano, nonostante gli sforzi e l’impegno dell’imperatore volti alla cristianizzazione, sacche di credenze pagane, spesso protette da foreste in cui difficilmente i conquistatori si addentravano.

La zona buia e ambigua, insomma, in cui prolificano le leggende e nascono creature che si nutrono di incubi e di sogni.


Il trailer

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