giovedì 1 agosto 2013

Panta rei?



Picasso diceva che l’ispirazione non è un’illuminazione trascendente l’essere, qualcosa di definito e precluso ai molti che si incanala nello spirito e si fa colore, forma – parola – bensì un'attitudine già presente dentro di noi, in un processo inverso che dal basso procede verso l’alto (basti pensare a tutti i lavori che prendono mossa dalla rivisitazione di opere che nella mente e sulla tela del pittore diventano altro, impressioni fatte proprie e tornate in una forma autentica nonostante ripresa da modelli ben conosciuti).
(Paul Cèzanne, Le grandi bagnanti)
É il nostro vivere, sono i gesti che ripetiamo quotidianamente e che scandiscono il tempo, sono le immagini che registriamo, le sensazioni e le emozioni che vibrano il cuore, sono i ricordi e gli incontri che sedimentano e si accumulano e si stringono fino a diventare nuova sostanza. Non credo molto all’idea di artista chiuso in una torre d’avorio, scevro dal mondo, fermo nell’equilibrio statico di chi si nutre con autoreferenzialità di arte, della propria arte.
(Picasso, Les demoisseles d'Avignon)

O, meglio, mi piace pensare che il processo creativo nasca dalle viscere, dal sentire, da un contatto intimo e personale con il mondo, con la gente, con il nostro passato, con i nostri modelli. Rainer Maria Rilke guardava il mare, una distesa sconfinata tagliata dall’orizzonte. La voglia di scoprire, di conquistare. Eppure non si sentiva piccolo, un piccolo uomo di fronte a una natura  incommensurabile. Si guarda dentro, l’occhio del poeta, e riscopre con orgoglio la stessa incommensurabilità, la stessa meraviglia, nella grandezza della propria anima che tutto abbraccia, che tutto contempla, che tutto rende familiare.

Un’altra storia prende lentamente forma, intrecciando trame e sensazioni, reale e immaginario come in un gioco di specchi. E già so che accoglierà  le persone che ho amato e che amo, le notizie di cronaca che mi hanno impressionato, i miei autori, i miei luoghi, i confronti con diversi modi di pensare, di vedere le cose. E so che diventeranno altro. Credo sia il lato più affascinante e magico della scrittura. Come ogni mondo ha le sue regole; anche questa storia dovrà avere coerenza e costruirsi intorno alla sua logica. Eppure sarà cuore e pensiero, immaginazione, verosimile finzione.

Scrivo questo post in una notte molto significativa per me. La stessa notte di quattro anni fa - non ricordo se l’aria fosse dolce, come oggi, e il cielo carico di stelle, come ora, eppure dovrei, perché era una notte importante – ho promesso a una persona che nulla sarebbe cambiato. Mi guardo indietro e credo di non aver saputo mantenere quella promessa. Ma sono convinta che anche quella persona lo sapesse, che ne conoscesse l’ingenuità. Non c’è nulla che resti fermo, che non si trasformi, intorno a noi, dentro. Eppure qualcosa c’è e resta immutato e dà un senso a tutto questo correre e rincorrersi, mutare forma. Credo sia la nostra capacità  di scegliere, il bisogno di sopravvivere, di amore, infine e sopra ogni cosa, e va bene ovunque lo si riesca a trovare (non sempre unicamente riferito e limitato a una persona…penso alle nostre passioni, per esempio, alle loro infinite forme e declinazioni).

Tutto è cambiato, ma in fondo, in quella parte dell’essere che ha voglia di vivere, scoprire, sentirsi felice senza dimenticare, ogni cosa è ancora lì, tutto al proprio posto. Aspetta di diventare altro. Ma solo nella finzione di una storia. 


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