martedì 4 febbraio 2014

La Medusa


Spesso, durante le presentazioni, mi è stato chiesto  se Amailija fosse “un libro più per donne che per uomini” (la copertina viola-Amailija potrebbe in effetti spaventare qualcuno). Non saprei rispondere. Come ogni storia, penso si componga di tanti colori differenti. La dimensione romantica è solo uno dei tanti fili che si intrecciano. Ma la storia è nata dalla fine. Avevo in mente il finale, che contiene il concetto intorno al quale tutto ruota, molto prima di avere ben chiaro ogni particolare della trama. L’inganno, l’ambiguità della parola che svela i suoi significati a chi saprà leggerla, la necessità della scelta, il sacrificio, il nero…ecco, il nero era il colore che più avevo in mente e intorno al quale è stato costruito il resto, sfumato in tinte più dolci.
Ogni personaggio nasce da me e di me porta qualcosa.
Come credo che ogni colore faccia parte di ognuno di noi. Conosco donne che raccontano e leggono storie decisamente nere e uomini che amano la dolcezza di storie che parlano di cuore.


Ho iniziato a scrivere La Medusa spinta da una passione assoluta per una vicenda, per un uomo che sentivo vicino nonostante la distanza dei secoli e di cui capivo l’opera alla luce della sua storia personale, del suo dolore, della sua passione per la vita che lo portava a ricercare la notte, il macabro, l’abnegazione per sopravvivere all’impulso di divorare un amore che la società gli aveva negato. E più mi addentravo nella sua vita, più la sua Arte assumeva contorni umani, moderni.

Lui è Théodore Géricault e la sua opera più famosa è intitolata Le Radeau de la Méduse- La zattera della Medusa, immenso quadro che utilizza dimensioni allora riservate soltanto ai fatti storici e alle grandi imprese per descrivere invece una discesa negli Inferi dal sapore visceralmente umano: un naufragio, l’arroganza e l’inettitudine dei capi, l’istinto di sopravvivenza che consuma ogni goccia di umanità e ci fa riscoprire selvatici, nervi e sangue che si mescolano al fango.
È una storia nera, presa in prestito dalla storia dell’arte e dal Passato.  Una storia in cui ancora una volta il nero si stempera in mille sfumature (dodici come i capitoli e i colori della tavolozza di Géricault e che lui disponeva sempre nella medesima sequenza).
Ho iniziato dall’amore per Géricault, dalla sua vicenda, la sua storia e ho finito per innamorarmi, come sempre, di uno dei personaggi secondari. A lui il ruolo centrale, ma velato, di mescolare il tempo. È un bambino della colonia inglese del Senegal, si chiama Luc. Riesce a parlare e a confidarsi solo con Mama Lu, la stregona del villaggio. Ha la saggezza dei puri di cuore e l’intuito di chi ha vissuto troppo poco per imparare dal ricordo.
E poi ci sono Lyz e Dominique, separati dall’Oceano e da un segreto che li stringe insieme come la fusciacca che lei gli ha regalato prima che lui partisse per il Senegal e che tiene stretta al polso. Un lembo di stoffa cui si intreccerà un segreto che ha lo stesso sapore del sangue che bagna la zattera. C’è il mite Louis, assistente del Maestro, pupillo che dovrà presto scegliere tra Arte e Vita (ma sono poi tanto così distanti?) e c’è il mare. Le sue profondità che nascondono Mostri dai denti di squalo. Ma basta chiudere gli occhi per ritrovarli lì, i nostri Mostri. E possiamo nasconderci o confonderli nelle acque fumose e sbiadite del ricordo, attraversare un Oceano per sentire di averli vinti o dar loro un nome e un volto attraverso la finzione del mito. Ma è solo guardandoli bene in faccia, senza veli né scuse, che li vedremo forse sfumare piano e potremo avere il coraggio di tenerli stretti per il loro vero valore, per quello che ci hanno insegnato e il modo in cui ci hanno cambiati.


La Medusa esce a fine febbraio per Arkadia Editore. Questa la copertina.




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